CONSIGLIO GENERALE DELLA FIM DI BRESCIA DEL 29 OTTOBRE

Intervento introduttivo del Segretario Generale Fim Brescia Stefano Olivari al Consiglio Generale sul tema "Quali sono le ricadute delle scelte economiche e sociali che avrà la Legge di Bilancio 2018 sulla vita di tutti noi? Come inciderà il Decreto Dignità sul mondo del lavoro?"

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CONSIGLIO GENERALE DELLA FIM DI BRESCIA DEL 29 OTTOBRE

Intervento del Segretario Generale Fim Brescia Stefano Olivari:

"La manovra economica del governo è stata bocciata dall'Unione Europea. Ora l'Italia ha ancora un paio di settimane di tempo per rivederla. Ma esponenti del governo hanno chiaramente già detto che non torneranno indietro.Oggi vogliamo vedere insieme nel dettaglio quali sono i punti che caratterizzano il Documento di economia e finanza e il Decreto dignità con Nicola Alberta, componente della Segreteria nazionale, che ringrazio. Prima, però, una premessa a cui tengo. Le considerazioni che qui voglio fare non hanno nulla a che vedere con il governo giallo-verde, in sé. Non vogliono essere un attacco a chi guida oggi il Paese. Non si tratta qui di appoggiare o meno il contratto di governo di Lega e 5 Stelle. Si tratta, invece, di analizzare se questa manovra sia utile per raggiungere gli obiettivi non solo di sviluppo e crescita che dice di proporsi, ma anche per i lavoratori/cittadini che rappresentiamo.

Una delle frasi più utilizzate in questi mesi è "gli italiani prima di tutto". Ma, al di là dello slogan, chiediamoci che cosa voglia davvero dire. Proviamo ad andare al di là della superficie. Se guardassimo, ad esempio, all’interesse della Nazione ci accorgeremmo che oggi sono tempi di cooperazione e non di egoismi nazionali e che il debito pubblico è reale e incide sulla vita quotidiana. Tra le altre cose la Commissione europea ha fatto notare che spendiamo in interessi del debito pubblico una somma pari a quella per l’istruzione (760 miliardi in 10 anni). E, ancora, ci renderemmo conto che lo spread non è un numero virtuale, ma che incide sulle banche che detengono titolo di Stato e che ulteriormente tassate scaricano i costi (sui mutui da contrarre oggi ad esempio) su di noi.

Il problema, riflettiamoci, non è l’Europa, ma i conti che dobbiamo fare con i mercati. Lo sappiamo, tanti italiani, di nuovo gente comune, normale non parlo dei ricchi, hanno investito i risparmi di una vita nel debito dello Stato. Mi domando: oggi corrono dei rischi? E se sì quali? In questo contesto l’Europa serve più che mai. Non certo quell’Europa tecnocrate che non ha saputo trasmettere il senso di cittadinanza europeo, ma quell’Europa incompiuta politicamente ed economicamente, quella che con la Bce e Draghi ci ha salvato con il quantitative easing (l’acquisto da parte della Bce dei titoli di Stato), che, ricordiamocelo, era una soluzione temporanea e non strutturale.

Un’ultima considerazione sul tema Europa, visto che un esempio di ‘uscita’ ce l’abbiamo: guardiamo cosa sta succedendo in Inghilterra, economicamente messa molto meglio di noi, dove non sanno più che pesci pigliare (chiediamoci perché le grandi multinazionali sono andate via o sono intenzionate ad andare via dall’Inghilterra per rimanere nella comunità europea, come ad esempio la cordata di società australiane che potrebbe costruire lo stadio di Brescia) e dove una fetta della popolazione chiede di tornare a votare per rientrare in Europa, lo ha fatto anche nei giorni scorsi con una manifestazione popolare che ha visto scendere in piazza 700 mila persone.

Analizziamo, poi, il DEF alla luce di tre parole chiave: futuro, lavoro, imprese. Prendiamo, solo per fare un esempio fra i tanti, la voce formazione, e tutti noi sappiamo quanto sia importante e quanto ci stiamo battendo perché le nostre aziende investano sempre di più su di un capitolo cruciale e non solo per affrontare le sfide dell’industria 4.0. Sapete quanti denari sono stati appostati a questa voce? Zero.

Allo stato attuale delle cose finanziamenti non ne esistono. Bene scrivono i nostri confederali, insieme a Cgil e Uil, quando nel documento firmato unitariamente evidenziano che la manovra così come è stata formulata «mostra elementi di inadeguatezza ed è carente di una visione del Paese».

Nessun futuro, si guarda al qui e ora e anche in questo caso pasticciando. 22 miliardi il deficit previsto, 22 miliardi non spesi in investimenti per creare nuovi posti di lavoro, ma che verranno utilizzati in misure che «rischiano di rappresentare mere politiche di assistenza», scrivono ancora Cisl, Cgil e Uil.

Dobbiamo quindi riflettere: questa manovra ha visione? Guarda al futuro? Pensa ai giovani?. Prendiamo quota 100. Cercare di dettagliarla in questo momento è davvero arduo: non si sa esattamente come dovrebbe funzionare, per quanto potrebbe durare, come potrebbe essere applicata. In realtà voglio fare una considerazione più generale che riguarda la sostenibilità del sistema. Il tasso di sostituzione, lo sappiamo, è troppo basso. Oggi il rapporto è di 3 a 1: in tre vanno in pensione in 1 entra nel mondo del lavoro. Chiediamocelo se il sistema regge e che cosa succederà ai giovani o alle donne. Pensiamo, poi, alla questione dei lavori usuranti e precoci, all’ape social, alle carriere discontinue, conquiste ottenute dai sindacati nella trattativa con il governo precedente e che ad oggi mancano.

Voglio, infine, spendere una parola sulla “pace fiscale”: in altre parole un condono, in linea con i condoni fatti dai governi precedenti. Quando è stato a Brescia nelle scorse settimane Carlo Cottarelli, che comunque la si pensi è un economista preparato, ha detto così: «In Italia ci sono gli evasori perché si sa che prima e poi ci sarà un condono».

Ancora una volta facciamo un favore ad evasori ed elusori? E, intanto, il cuneo fiscale per dipendenti e pensionati non viene toccato. A meno che non la si pensi come il ministro Savona che in una recente intervista televisiva ha dichiarato, cito testualmente: «Condono? Perché non dovremmo farlo? È pur sempre redistribuzione del reddito dai ricchi ai poveri. Meglio che niente». È chiaro come anche questa volta il condono non vada nella direzione di far ripartire sviluppo e crescita, ma unicamente in quella di fare cassa per finanziare misure che, anche loro, non sembrano proprio andare nella direzione di sviluppo e crescita.

Fatte tutte queste considerazioni credo ne resti un’ultima, fra le tante, fondamentale. Quale è oggi il nostro ruolo, intendo il ruolo della Fim e di tutto il sindacato. Qualcuno pensa e ha pensato che si sia esaurito. E non è solo un’illazione: ci sono dichiarazioni aperte ed esplicite su come anche oggi si cerchi di esautorare i corpi intermedi. Un errore strategico che già altri governi hanno fatto, sia di centro destra che di centro sinistra.

La storia ci ha dimostrato che, invece, il sindacato ha ancora e continuerà ad avere una funzione fondamentale nella società.

Detto questo dobbiamo essere consapevoli che occorre continuare a parlare alla nostra platea, che è necessario essere un ‘sindacato educatore’, che sappia trasmettere valori, interpretare i bisogni della società e dare risposte concrete.

Quel sindacato che ha permesso di ottenere grandi progressi e passi avanti: nelle fabbriche e fuori dalle fabbriche, per i lavoratori, certo, ma a cascata per tutta la società.

E questo tocca a noi, a tutti noi con impegno e convinzione."

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